sabato, aprile 21, 2018

Meet me in another world, space & joy

Io Prince continuo a non essere sicuro di averlo capito nemmeno a grandi linee: però mi sento fortunato a essere cresciuto nel momento in cui in poteva uscire dall'oggi al domani con una canzone che sembrava diversa da tutto quello che aveva fatto prima, da tutto quello che avrebbe fatto dopo. Col tempo ho capito che molte di queste differenze erano effetti ottici, col tempo sono diventato più sgamato, col tempo non mi sorprende più niente e più nessuno e neanche Prince, fosse vivo, forse. Forse.

venerdì, aprile 20, 2018

On and on and on and on



È uscito al sole all'improvviso, e all'improvviso nostalgia di cose senza senso, brutti cavalcavia spalmati di sole che scendevo di corsa per tornare a casa e non c'era veramente nulla che mi avrebbe dovuto preoccupare. Nessun esame medico o universitario, nessun telegramma mi avrebbe mai portato nessuna cattiva notizia. Ero indistruttibile: se solo l'avessi saputo.

giovedì, aprile 19, 2018

"Quando la campanella suonerà l'una ci divertiremo un sacco assieme"



È molto probabile che il dilagare di video di studenti che molestano gli insegnanti derivi come al solito dall'emulazione: questi video circolano, mietono like, a volte finiscono pure su Repubblica o sul telegiornale → domani io faccio una piazzata al professore più tranquillo che abbiamo, tu mi riprendi e svoltiamo.

Tutto questo con la complicità di diversi prof, che comunque nelle riprese vengono sgranati e irriconoscibili: in ogni caso esibire una pubblica umiliazione diventa un modo per denunciare la triste condizione della classe docente eccetera.

Credono di trovarsi in una situazione win/win, studenti cafoni e professori (auto)umiliati, e non sospettano di fottersi a vicenda davanti a un pubblico annoiato che finisce per invocare quello che la scuola pubblica non può dare (ma la privata sì), ovvero il frustino.

martedì, aprile 17, 2018

Peccato che non ci fossi, Fulvio



Uno potrebbe anche pensare, ok, che ci vuole, è Morricone. Ma Morricone ci ha messo solo una tarantella, il punto è saperla usare. Guarda cosa ci fanno i Taviani, con una tarantella.

(E ogni volta pensare a Tarantino che si guarda il film, chissà cosa ci avrà capito).

lunedì, aprile 16, 2018

Dirindindin... ricordi?

"...Dopo un quarto d'ora avrei voluto fermare il vhs: basta, tutto questo non ha senso, mettiamoci a studiare le flessioni verbali (alle 21:30, con due classi di sconosciuti dalle occhiaie stanche di lavoro).
Poi Laura Betti, con sguardo incestuoso, si mette a cantare l'Uva Fogarina. E succede qualcosa. Trenta pachistani, dieci marocchini (che non sopportano i pachistani) e diversi sfusi si mettono a cantare “diridindindin”. Come se l'avessero sempre saputa. Gli arcani dell'inconscio collettivo. Avrebbero continuato col diridindindin per una settimana. Insomma, il film in un qualche modo stava facendo breccia. E cominciavo ad appassionarmi anch'io, volevo vedere come andava a finire.



In seguito ho avuto altre classi. Più o meno scalcagnate, più o meno galleggianti sulla soglia dell'alfabetizzazione. Non ho mai rinunciato a mostrare Allonsanfan. Col vhs, finché ha tenuto, poi lottai perché la videoteca si dotasse del dvd. Con la lavagna luminosa, con quella interattiva, con o senza sottotitoli. Malgrado quelle due scene di nudo da tagliare (è un film che parla anche di sesso, di quando i rivoluzionari smettono di farlo, di perché ricominciano). Purché ci sia la possibilità del fermo immagine, perché (come non manco di far notare) a ogni fermo immagine, Allonsanfan ti restituisce un affresco sulla parete. È un film fatto con un grande amore, che si vede, pochi soldi (e non si vedono): attori filodrammatici, bambini inquietanti, e Mastroianni immenso, che si regala per cento minuti..."

Per Vittorio Taviani (20/9/1929 – 15/4/2018).
(Cialtroni!)

domenica, aprile 15, 2018

Avvelenando i piccioni nel parco



(La prima e anche la dodicesima volta che la ascolti non ci fai caso, ma in seguito, conoscendo gli altri pezzi di Lehrer, non puoi fare a meno di immaginare che la coppietta che passa la domenica pomeriggio ad avvelenare i piccioni sia composta da un paio di scienziati – lo dice persino, che ha intenzione di portarsene un paio a casa "to experiment". Prende forma il sospetto che Lehrer sia stato davvero il primo a mettere a fuoco il cinismo dello scienziato moderno, quell'umor nero malcelante una sincera misantropia. Non era neanche il 1960, una vera e propria cultura nerd ancora non esisteva – forse sulle riviste di fantascienza? – e già Lehrer ci metteva in guardia. Avremmo potuto ascoltarlo. E anche i piccioni, avrebbero potuto cercare riparo – ma sono così buone le noccioline, anche pralinate al cianuro).

Spring is here
A-suh-puh-ring is here
Life is skittles and life is beer
I think the loveliest time
Of the year is the spring
I do, don't you? 'Course you do
But there's one thing
That makes spring complete for me
And makes every Sunday
A treat for me

All the world seems in tune
On a spring afternoon
When we're poisoning pigeons in the park
Every Sunday you'll see
My sweetheart and me
As we poison the pigeons in the park

When they see us coming
The birdies all try an' hide
But they still go for peanuts
When coated with cyanide
The sun's shining bright
Everything seems all right
When we're poisoning pigeons in the park

We've gained notoriety
And caused much anxiety
In the Audubon Society
With our games
They call it impiety
And lack of propriety
And quite a variety
Of unpleasant names
But it's not against any religion
To want to dispose of a pigeon

So if Sunday you're free
Why don't you come with me
And we'll poison the pigeons in the park
And maybe we'll do
In a squirrel or two
While we're poisoning pigeons in the park

We'll murder them all
Amid laughter and merriment
Except for the few
We take home to experiment
My pulse will be quickenin'
With each drop of strych'nine
We feed to a pigeon
(It just takes a smidgin!)
To poison a pigeon in the park

sabato, aprile 14, 2018

Confutatis maledictis

flammis acribus addictis, 
voca me cum benedictis. 



A Milos Forman, 18/2/1932–14/4/2014, da un mediocre benedetto e riconoscente.

venerdì, aprile 13, 2018

It is the springtime of my loving

Al sabato ormai mi sveglio presto come tutti gli altri giorni, però se avessi il tempo per stirarmi un po', aprire le finestre, constatare che piove, tornarmene a letto, stirarmi ancora, ripensarci, ecco, in un sabato d'aprile mi piacerebbe avere una sveglia che fa partire The Rain Song in automatico. La canzone più spudoratamente languida mai composta, una sonata di sette minuti tutta costruita intorno a un semplice accordo che slitta di un semitono, da-daaaan, l'equivalente musicale dei muscoli che si rilassano dopo l'enorme sforzo di stirarsi tra i cuscini, o sbadigliare. Da-daaaaan. E tutto intorno arpeggi, violini, la minor-drop progression sviluppata con tutto il tempo che serve, Plant che si sgola, Bonham che si scuote come la mamma che è venuta a darti una spinta, sveglia, ma tutto comunque ritorna a quell'accordo slittante, da-daaaan, a proposito di dissonanze primaverili.



(Adesso ci sono i tutorial per suonarla, che invidia).

giovedì, aprile 12, 2018

And who will have won when the soldiers have gone?

A proposito di canzoni che nascono stonate e in un qualche modo non se ne vanno più: quando vi leggo discutere di Siria, per una mera questione di associazioni mi viene in mente il Libano. Il Libano mi fa venire in mente i cedri, i Fenici e gli Human League. Così voi state ancora parlando di Siria e io sto canticchiando she dreams of Ninety Sixty-Nine before the soldiers came. E penso a com'erano strani gli Human League, a barcamenarsi tra new wave e neoromanticismo senza nessun vero equilibrio, in realtà, alternando spinte e controspinte, stiamo diventando troppo pop! che si fa? Togliamo le coriste? Scherzi? Le coriste ci hanno fatto svoltare, magari aggiungiamo le chitarre e l'impegno politico. Impegno politico nel 1982? Massì, guarda sul giornale, ci sarà ben qualcosa che non va, l'intervento in Libano? Scriviamo un pezzo sull'intervento in Libano.



Ecco quando parlate di Siria, io non posso farci nulla ma sto pensando alle coriste degli Human League (che probabilmente erano la cosa migliore del combo), coiffate e pittate come in un commercial L'Oréal che ce la mettono tutta, accennano una coreografia sui bombardamenti, sorridono ma non troppo, cercano di restare intonate alle chitarre anche se qualcosa evidentemente non sta funzionando, c'è qualcosa che stona e non se ne va (a differenza dei soldati).

mercoledì, aprile 11, 2018

Risulta peraltro evidente

...anche nel clima della distensione
che un eventuale attacco ai Paesi arabi
vede l'Italia in prima posizione.




(Tutti sanno tutto dell'inizio,
ma nessuno può parlare della fine).

martedì, aprile 10, 2018

Just because I love you, doesn't mean I love you

"Scusi è qui che si pubblica una canzone al giorno che riflette l'umore del giorno?"
"Ci proviamo".
"Avete una canzone per quei giorni di aprile in cui ti svegli in hangover anche se non hai bevuto?"
"Non ci capita mai, per sicurezza noi beviamo sempre".
"Quei giorni in cui tutto sembra andare a rallentatore, anche un po' fuori chiave, il ritornello in teoria non ha nulla che non vada, eppure suona stonato, drogato, forse è il polline".
"Gli antistaminici sono il peggio".
"Poi non si capisce se piove o c'è il sole, e questo ritornello stonato, rallentato, ti resta in testa tutto il giorno".
"È come se le dissonanze restassero più in testa, forse ci sono dei neuroni che reagiscono male e se la legano al nervo".
"Ce l'avete una canzone per un giorno così?"
"Ci faccia controllare".
"Mica roba in bianco e nero, eh? Cose contemporanee".
"La contemporaneità non esiste".

venerdì, aprile 06, 2018

avete visto per caso qualcuno con un immenso ammontare di amore nel suo interno?

In una città di sirene, castelli regine eccetera aspettano la primavera e quello che porterà
Era tutto luminoso e chiaro, un sole di aprile nel cielo di aprile, e qualcuno con immense quantità di amore al suo interno.

Iris primo fiore di primavera
Lei era uccello, lei era il vento
come un angelo vero, ma senza ali.
Avrei potuto tenerla tra le mie mani
perché era la più piccola di tutte
ma il suo cuore sarebbe cresciuto più grande del mio



Le stelle erano state mandate a fare la guardia alla piccola che cominciava a fare dei suoni coi suoi piccoli polmoni. Se solo fossi stata abbastanza vicina da sentirla respirare... Era tutto luminoso e chiaro, un sole di aprile nel cielo di aprile, e qualcuno con immense quantità di amore al suo interno.

Iris primo fiore di primavera
Era un uccello, era il vento
come un angelo vero, ma senza ali.
Avrei potuto tenerla tra le mani
perché era la più piccola di tutte
ma il suo cuore sarebbe cresciuto più grande del mio

(Anche Google Translate sta crescendo, tra un po' scriverà traduzioni più belle delle versioni vere).



giovedì, aprile 05, 2018

Ma non mi chiedere che penso di te

Quando piove, canzoni sulla pioggia ne trovi quante ne vuoi. Quando c'è il sole; quando sei triste, arrabbiato, innamorato, eccetera: non è mai un problema trovare una canzone.

Ma quando ti senti inadeguato anche se stai dando il massimo e preghi che vada tutto bene anche stavolta e tutta una serie di ingranaggi che stai oliando funzionino al momento giusto invece di incepparsi e trottolare a terra: ce l'hai una canzone per una situazione del genere?

I can't help about the shape I'm in
I can't sing, I ain't pretty and my legs are thin
But don't ask me what I think of you...



Oh Well (part1) è un pezzo miracolosamente sospeso tra improvvisazione e organizzazione. La parte strumentale è un meccanismo complesso in cui tutti devono fare la propria parte e non sgarrare di un trentaduesimo. Manca solo il cantato, e forse Peter Green aveva già capito che preferiva scrivere strumentali. Così a un certo punto il meccanismo si ferma, di botto, e Green canta da solo, mettendo a fuoco già a fine Sessanta la sindrome dell'impostore: non ce la posso fare. Qui tutti mi prendono per il nuovo Eric Clapton, ma anche il vero Eric Clapton non ce la potrebbe più fare. Si aspettano miracoli e ho solo una chitarra in mano. I can't sing, I ain't pretty and my legs are thin. (D'altro canto, sono pur sempre meglio di tutti voi coglioni messi assieme, ma non chiedetemelo, ok?)

Poi la band riparte, e deve spaccare il secondo. E se non ce la fa? Infatti nel video della BBC non ce la fa; Fleetwood sui tom-tom ha come un ripensamento. Green si sta quasi per mettere a ridere, ma riesce a completare la seconda strofa. La sua preghiera. Da recitare ogni mattina, e ogni volta che ti si inceppa qualcosa. Oh, bene.

Now, I talked to God, I knew He'd understand
He said, "Stick by my side and I'll be your guiding hand
But don't ask me what I think of you:
I might not give the answer that you want me to"

È fin troppo facile definire Oh Well (part1) un pezzo bipolare – così facile che non sono riuscito a evitarlo. Green preferiva la seconda parte, uno strumentale che al tempo doveva suonare diverso da tutto ma che oggi è più datato. Oh Well è la canzone da ascoltare quando pensi di te cose bruttissime e allo stesso tempo sai che non devi mollare proprio adesso, e anche Dio, Dio stavolta in te deve crederci. Hai dei crediti da riscuotere. Non chiedere il perché. Non chiedere troppo. Andrà Bene.

(Ne ho parlato con Dio, lui sa che sono stanco: "Guido la tua mano", ha detto, "sta' al mio fianco. Ma non chiedermi che penso di te: potrei dare la risposta che non vuoi da me).

mercoledì, aprile 04, 2018

King, where are your people now?

King, where are your people now ?
Chained and pacified.
Tried in vain to show them how.
And for that you died.
You had a dream of a promised land.
People of all nations walking hand in hand
But they're not ready to accept
That dream situation, yet.
King, where are your people now ?
Chained and pacified.
Tried invain to show them how.
And for that you died.



Il reggae, teoricamente così solare, caraibico, nei primi dischi degli Ub40 prende subito l'odore della pioggia sul cemento e sui mattoni, quell'odore che da noi è particolarmente aprile e a Birmingham magari è tutto l'anno. Martin Luther King, morto ammazzato mezzo secolo fa: un eroe così poco comprensibile fuori dal Nordamerica (e persino laggiù cede il passo a eroi più semplici, cinematografici, lui decisamente non lo era), per quattro minuti di canzone diventa l'eroe sbagliato di tutti gli irredenti, chained and pacified, bianchi e neri: a Birmingham che differenza vuoi che faccia quando piove. E il 4 aprile piove di sicuro.

lunedì, aprile 02, 2018

Got to be a chocolate Jesus

Don't go to church on Sunday
Don't get on my knees to pray
Don't memorize the books of the Bible
I got my own special way
But I know Jesus loves me
Maybe just a little bit more
I fall on my knees every Sunday
At Zerelda Lee's candy store



Well it's got to be a chocolate Jesus
Make me feel good inside
Got to be a chocolate Jesus
Keep me satisfied

(Pasquetta è il giorno in cui di tanta passione ti restano solo mezzi gusci di fondente).

domenica, aprile 01, 2018

Wake Up Dead Man

Jesus
Jesus help me
I'm alone in this world
And a fucked up world it is too.

Tell me
Tell me the story
The one about eternity
And the way it's all gonna be

Wake up
Wake up dead man



(È difficile trovare una canzone interessante sulla Resurrezione. Perfino nel canzoniere ecclesiastico non è che ce ne siano parecchie di buone, rispetto al Natale, soprattutto. È una storia più difficile da raccontare, anche nei Vangeli ruota tutto intorno a un'assenza, a un mistero. In uno dei momenti più discutibili della loro carriera, mentre giocavano a fare i divi, Bono ed Edge mettono giù la Pasqua più laica e disperata che io abbia sentito intonare, con una metafora splendida già passata di moda: if there's an order, in all of this desorder, is it like a tape recorder? Can we rewind it just once more?)

sabato, marzo 31, 2018

You Gotta Let My People Go-Go-Go

Moses went up to the mountain high
To find out from God why did you make us? why?
Secret words in a secret room
He said: "A womp bop a lu bop a lop bam boom.

(E già a questo punto sarebbe un capolavoro, capite).



I did not put you here to suffer
I did not put you here to whine
I put you here to love one another
And to get out and have a good time now now now".

Let my people go-go-go
You gotta let my people go-go-go
Let my people go-go-go
You gotta let my people go

(Si chiamano One Hit Wonder, questa per esempio frulla unicamente nella mia testa almeno dal 1987).

venerdì, marzo 30, 2018

Poterti smembrare coi denti e le mani

"Sapere i tuoi occhi bevuti dai cani".

(È mai esistito un incipit più violento di questo? Non lo so).



La Via della Croce di Fabrizio De Andrè, da quel suo disco-vangelo-apocrifo che lui stesso considerava uno dei suoi album migliori, La buona novella. In effetti è il punto d’arrivo del De Andrè cantastorie e il punto di partenza del De Andrè etnico: c’è già Pagani al flauto, c’è Branduardi alla chitarra, c’è come un senso di Palestina nell’aria. E poi ci sono momenti kitsch e geniali, come appunto Via della Croce, in cui non so se De Andrè o Gian Piero Reverberi colgono un’altra intuizione geniale: la Passione di Gesù come uno spaghetti-western. Se manca qualcosa all’arrangiamento è un’armonica, o piuttosto… no, uno scacciapensieri.

È il 1969, tutti dicono che il disco rifletta la contestazione, ma qui soprattutto riflette tantissimo Morricone, De Andrè non è mai suonato tanto Johnny Cash, tu chiudi gli occhi e vedi volti sanguinosi e sudati e tutto quadra, in modo incredibile, ti rendi conto che un Gesù-spaghetti-western avrebbe avuto molto più senso del Gesù Torture Porn di Gibson, è un vero peccato che nessuno lo abbia proposto a Sergio Leone. Ma probabilmente Paolo VI non avrebbe gradito, erano tempi diversi.

Son pallidi al volto, scavati al torace
non hanno la faccia di chi si compiace
dei gesti che ormai ti propone il dolore
eppure hanno un posto d’onore.
Non hanno negli occhi scintille di pena
non sono stupiti a vederti la schiena
piegata dal legno che a stento trascini
eppure ti stanno vicini.
Perdonali se non ti lasciano solo,
se sanno morir sulla croce anche loro;
a piangerli sotto non han che le madri,
in fondo son solo due ladri.

Due ladri. Clint Eastwood ed Eli Wallach. Perfetti. Cosa ci siamo persi.
"Non dargli retta, Gesù, lui è solo un grandissimo figlio di... uauaua!"

giovedì, marzo 29, 2018

When they came for Him in the garden, did they know?



Saved è un disco che parla per lo più di grazia, di salvezza: non è così strano che la canzone che ha più resistito dal vivo sia quella che guarda in basso, verso l'inferno dei viventi. Anche a Dante è venuto meglio l'Inferno che il Paradiso, no?

No, probabilmente il Paradiso è meglio, ma all'Inferno i profani si accostano più volentieri: le disgrazie dei peccatori essendo comunque più intriganti dell'esultanza dei beati che stucca prestissimo. Forse nel 1987 il Dylan che si sforzava di stare sul palco come una rockstar aveva ormai messo via Solid Rock e Saved perché non erano più credibili. Ma In the Garden, con quella progressione demoniaca – una delle più strane che Dylan si è inventato in tutta la sua carriera, il che non è poi un granché, quante ne avrà usate nella sua carriera? Più di sette, meno di settanta – quella progressione che sembra avvicinarsi all'umanità come la punta del dito di un Accusatore: "quando venne nell'orto, lo sapevano?" "quando parlo alla Città, lo ascoltarono?" – In the Garden funzionava ancora. Gli Heartbreakers l'avevano per quanto possibile trasformata in un oggetto hard rock, rivestendola con un riff martellante che alla fine è Heartbreaker dei Led Zeppelin. Ognuno ha i suoi miti, spiega Bob mentre Petty si fuma una sigaretta: voi avete Michael Jackson o Bruce Springsteen, io... ho questo Signore qui.

mercoledì, marzo 28, 2018

Walking with J

When the saints come down
Trembling on my back
When they synchronize my heads
Forevermore
Be a leader of the pack
And they show me heavens door

We never see exactly where to be
And it never should have gone this far



With Jesus
And they say what he says
And the jerk and the smart-ass
Show off their passes
And want us all to come along

Someone died for you
Don't you think it's true
There's a pot and there's a stew
Would we lie to you
Fill your head with lies?
It's all written in this book

We never know exactly where to go
And it never should have gone this far

With Jesus
And they say what he says
And the jerk and the smart-ass
Show off their passes
And want us all to come along

What's the book you read
Compared to what he said?
Still you substitute your head
And we all go 'round
Searching lost and found
Make us all just tag along

With Jesus
And they say what he says
And the jerk and the smart-ass
Show off their passes
And want us all to come along

martedì, marzo 27, 2018

And you're making me feel like I've never been born

Già che si parlava di Beatles, un aneddoto che dà la misura del mio rincoglionimento primaverile: l'altro giorno ho sentito anch'io come tutti che Paul McCartney stava marciando a New York per il controllo delle armi da fuoco, e che aveva dichiarato: "uno dei miei migliori amici è stato ucciso qui nei pressi". E ricordo di aver pensato: sì? Hanno ucciso un amico di Paul? Beh ma mi dispiace. Poi mi sono riaddormentato, e per altre 12 ore non ho capito a chi si stava riferendo.



(Da Revolver è passato più di mezzo secolo, di opportunità per stravolgere le canzoni pop e trasformarle in qualcos'altro ne abbiamo avute infinite, eppure continua a non venirmi in mente niente di più estremo di quell'inciso in 3/4 di She Said She Said. È l'equivalente di rompere la tela di un quadro, e poi riaggiustarla appiccicandoci il disegno di un bambino. When I was a boy everything was fine).

(Ho scoperto che Revolver era uno dei dischi preferiti di Fabrizio Frizzi – uno dei pochi presentatori italiani che sapevano stare in scena senza rubarla agli ospiti. Di chi vuole bene ai Beatles ti puoi fidare, in generale).

lunedì, marzo 26, 2018

Please don't wake me no don't shake me

A volte sui social c'è gente che butta lì domande qualsiasi che mi mettono ansia, del tipo: qual è la tua canzone dei Beatles preferita?

Che domanda scema.

Però sul serio, qual è?

Ma che ne so scusa, non ho neanche il tempo per pensarci.

Tanto ci stai già pensando.

Boh davvero, guarda, non saprei, probabilmente...

Hai paura di rispondere troppo banale?

Io? Ahah, no.

Let It Be?

Mai sopportata.

I Am the Walrus?

Ma no, siamo seri, dai.

Ti avverto: nel thread ci sono già tre che per sentirsi originali...

Ma chi è che vuole sentirsi originale sui Beatles, suvvia.

...hanno detto Tomorrow Never Knows.

MALEDETTI!

Era perfetta, lo so. Come Together?

Ma alla fine, per carità, ho molta stima per la mozione Come Together, ma alla fine insomma è un blues, dai. Cioè non è così rappresentativo del...

Oh! Darling.

Una volta mi piaceva tanto, adesso non la sopporto. Triste.

Ma sei sicuro che ti piacciono i Beatles?

Già.

Ma è possibile che non riesci ad avere una canzone preferita, una band preferita, un piatto, un colore...

Va bene, sono strano, lo so da 40 anni, adesso se ti spiace ho da fare... (sviene dal sonno sulla poltrona, perché sai, la primavera, l'ora legale ecc.).

(Per favore non svegliatelo, non scuotetelo, lasciatelo lì dov'è, sta solo dormendo).




MOTIVI PER CUI DAVVERO I'M ONLY SLEEPING POTREBBE ESSERE LA MIA CANZONE DEI BEATLES PREFERITA.

– Non capiva nulla di politica, era un disastro con le donne, ma quando parla di sonno Lennon sa maledettamente di cosa sta parlando.
– Tutti quei suoni fuori posto, come le luci del mattino appena cambiano l'ora solare, quei coretti che sanno esattamente di mattino presto al punto che fa strano sentirli a qualsiasi altra ora del giorno e della notte, e quell'assolo alla rovescio.
– Quell'assolo di chitarra alla rovescio che ti fa pensare che il sonno sia l'altro lato della veglia.
– C'è un tipo di inciso che solo Lennon sa scrivere. È solo un mezzo inciso. A un certo punto della canzone tu ti aspetti tot battute, lui le taglia a metà e poi riparte con la strofa come se niente fosse, come un ripensamento. Lyin' there and staring at the ceiling.
– Sai, la primavera, l'ora legale, ho esaurito i caffè, ti ho detto che alle cinque ero in riunione e mi hai chiamato alle cinque un quarto e mi hai chiesto: stai dormendo?

sabato, marzo 24, 2018

Little Girl in Bloom (Thin Lizzy)

Forse bisognerebbe fare come in Toscana nel medioevo, contare gli anni a partire dal 25 marzo, l'annunciazione di Maria. Se oggi concepisci un bambino, dovrebbe nascere intorno a Natale. Come lo concepisci poi è affar tuo, vero?

I Thin Lizzy nel '73 erano un power trio che ce la stava mettendo tutta, ma se vieni dall'Irlanda forse è più difficile. Volevano fare hard rock, ma riuscivano ad andare in classifica soltanto con le ballate folk. Il loro frontman, Phil Lynott, aveva tratti somatici ben poco celtici (suo padre veniva dalla Guyana), un approccio pre-punk al basso e un occhio insolitamente attento a quello che gli succedeva intorno, per le piccole storie suburbane alla Kinks – ma la gente voleva sentir cantare di eroi e folletti e vite esagerate. Ai Thin Lizzy nel '73, tra qualche pezzo hard rock e qualche ballata capitò di incidere Little Girl in Bloom, che è più o meno come se a un imbrattatele sconosciuto di Dublino capitasse di dipingere un Guido Reni.

È un brano senza tempo, che non è necessariamente un complimento. A me piace che i brani abbiano un tempo riconoscibile, mi piace sorseggiarli e affermare con sicumera "questo è un '76", "questo è decisamente un '93". Little Girl in Bloom non è niente del genere, è un pomeriggio nuvoloso, è una ragazza alla finestra che guarda gli uomini giocare a cricket. Ha un segreto nel grembo, deve spiegarlo a suo padre, sarà complicato. Rilassati, le dice Lynott. Aspetta di essere sola con lui. È difficile trovare le parole giuste in certi casi, specie se nel frattempo stai anche suonando il basso, ma per Lynott non è un grosso problema: non fa che suonare due note, per quasi tutta la canzone. Una cosa piuttosto barbara per gli standard del '73, ma sai che c'è? Non importa più.



Little girl in bloom
All the clouds will go drifting by
So sing your lullabying tune
Every word is in your eyes
As you sit and softly croon
Little girl in bloom
Your love it fills the air
With the scent of the sweetest, sweet perfume
You feel so good you just don't care
You're gonna be a mammy soon

Poi, quando l'angelo alla finestra ha detto tutto quel che poteva dire – e magari la partita di cricket è finita, il sole è tramontato, il papà sta salendo le scale – all'improvviso il chitarrista si risveglia ed è come se la canzone cominciasse solo a quel punto. Buon anno. Diventeremo tutti più grandi, da qui a Natale.

(Questo disco non andò nemmeno in classifica. Qualche anno dopo i Thin Lizzy riuscirono a sfondare con The Boys Are Back in Town, e divennero il gruppo rock anni '70 che speravano di diventare. Quei '70 in realtà stavano già finendo, e lo stesso Lynott non sarebbe sopravvissuto di molto. Ma sai che c'è? Ha scritto Little Girl in Bloom).

venerdì, marzo 23, 2018

Piaceri proibiti: Che resta di un sogno erotico se...

Voglia di stringersi e poi
vino bianco, fiori e vecchie canzoni
e si rideva di noi...
che imbroglio era?
Maledetta primavera.

Che resta di un sogno erotico se
al risveglio è diventato un poema?
Se a mani vuote di te
non so più fare
come se non fosse amore
se per errore
chiudo gli occhi e penso a te.

SEEE PER INNAMORARMI ANCORA
TORNERAAAAAAAAAI
MALEDETTA PRIMAVERA
CHE IMBROGLIO SEEEEEEEEEEEE
PER INNAMORARMI BASTA UN'ORA...

CHE FRETTA C'ERA?
MALEDETTA PRIMAVERA!
CHE FRETTA C'ERA?
se fa male solo a me.


Che resta dentro di me
di carezze che non toccano il cuore?
Stelle una sola ce n'è
che mi può dare
la misura di un amore
se per errore chiudi gli occhi e pensi a me.

SEEEEE PER INNAMORARMI ANCORA
TORNERAA AAA AAAA AAAAAI
MALEDETTA PRIMAVERA
CHE IMPORTA SEE EEE EEEE EEE EEE EEE EEE EEE EEEE
PER INNAMORARMI BASTA UN'ORA:

CHE FRETTA C'ERA?
MALEDETTA PRIMAVERA!
CHE FRETTA C'ERA?
MALEDETTA COME ME.

Lasciami fare
come se non fosse amore
ma per errore
chiudi gli occhi e pensa a me.

giovedì, marzo 22, 2018

Risveglio di primavera

Temo che Mondi Lontanissimi sia stata la prima musicassetta che ho posseduto legalmente, senz'altro un regalo di compleanno. Ero già abbastanza consapevole che non valeva La voce del Padrone e nemmeno L'arca di Noè, ma era pur sempre Battiato. Non c'era niente come Battiato, era proprio un universo a parte. (Almeno non sembrava fatto tutto con le tastierine Roland, come Orizzonti Perduti).



Ero talmente giovane da non trovare dissonante il fatto che l'innamoramento, invece di procedere con la primavera, per Battiato sembri terminare proprio in quel momento, quando finalmente ci si risveglia (che è l'effetto che mi fanno ancora le prime giornate di sole, e certi fantasmi che ho avuto davanti per mesi scompaiono all'improvviso senza salutare né dare appuntamento). Ché poi magari Battiato voleva dire il contrario, Battiato è goffissimo coi versi. ("Vedere ballare il flamenco / era un'esperienza sensualissima"). Ero troppo giovane per rendermene conto. Meno male.

Mentre mi studiavo Dylan ho letto da qualche parte che i dischi prodotti nel 1985 sono quelli che sono invecchiati peggio in assoluto. Mondi Lontanissimi in effetti risente del fatto che nel frattempo abbiamo tutti imparato l'inglese e dimenticato quanto fosse assurdo il batt-inglese: No Time No Space è effettivamente improponibile, mi domando quand'è l'ultima volta che l'ha cantata ("keep your feelings in memory!") Anche il rap freddo di Chanson Egocéntrique mi lascia molto più freddo, e i Treni per Tozeur senza Alice lascia a disagio. Però c'è l'Animale, c'è Via lattea, ci sono un paio di brani molto gigioni che facevano ridere già allora (Personal Computer, Temporary Road) e questo pezzo sospeso tra l'europop e il Medio Oriente che si difende ancora bene. Quell'anno la portò anche a uno di quei festival estivi un po' tristi: per l'occasione conciò sé stesso e la band da garibaldini. Per un siciliano che canta una cosa un po' neoborbonica dev'essere l'equivalente delle spille con le svastiche per i punk inglesi.

martedì, marzo 20, 2018

Primavera, primo movimento, battuta 14



Ok, è probabilmente la scelta più banale che potevo fare per festeggiare l'equinozio, e però la Primavera di Vivaldi ha quel momento – qui sopra a 0:50, proprio dopo le 12 battute che avete imparato col flauto alle medie – in cui ogni violino sembra andare per i fatti suoi, ogni uccellino ha un discorso che interessa solo a lui non si armonizza necessariamente con gli altri – che mi ha sempre fatto girare la testa. Mi sembra tuttora una cosa modernissima, un anacronismo che non nota mai nessuno perché è davanti a tutti. È solo un attimo, poi il Settecento riparte senza un plissé, come dire: abbiamo scherzato, siamo i soliti violini in concerto. Ma se stanotte fate le ore piccole, almeno dalle parti di Mantova dove componeva Don Antonio, può darsi che a un certo punto sentiate gli uccelli cantare, e non cantano in coro: ognuno ha il suo discorso da fare. Buona primavera, che il caos ce la mandi abbastanza buona anche stavolta.


sabato, marzo 17, 2018

And the Auld Triangle went jingle-jangle

Quando ascolti The Auld Triangle, o The Royal Canal, o come vuoi chiamarla, ti è facile commuoverti pensando a prigionieri politici irlandesi torturati con questo triangolo che suona a ogni ora e non li lascia dormire. In qualche prigione inglese. Maledetti inglesi.



In realtà la canzone compare per la prima volta in un dramma del 1954 di Brendan Behan, The Quare Fellow, ambientata nella Mountjoy Prison di Dublino. È vero che Behan ci era entrato perché affiliato all'IRA – è vero che a 16 anni lo avevano beccato in Inghilterra con gli esplosivi – ma alla Mountjoy ci finì qualche anno più tardi perché aveva tentato di assassinare due poliziotti della Repubblica. Sono gli irlandesi che si torturano in questa canzone. A Mountjoy furono impiccati 22 condannati per vari reati, tra cui una donna: venivano sepolti nel cortile, in tombe anonime. Il "Quare Fellow" del dramma in italiano è stato tradotto lo "strano compagno", ma "quare" è una pronuncia irlandese per "queer". Anche nello Stato Libero, anche nella Repubblica, l'omosessualità restava un reato.

Behan proviene da una famiglia di musicisti e repubblicani (qualche suo zio ha anche scritto l'inno nazionale) ma non si è mai attribuito la paternità della canzone. L'ha scritta un suo amico, dice. È una canzone che parla di come i suoni possono allietarti ma anche torturarti: topi che squittiscono, gabbiani che ti fanno pensare al mare la fuori, e quel maledetto triangolo. (Esiste ancora. Pare che ci abbiano messo il feltro).