sabato, maggio 19, 2018

Lo spazioporto si farà, conquisteremo pure il cielo!

La vita imita le canzonette, il presidente della Puglia nel 2018 imita Caparezza nel 2008



Una grande opera di importanza storica
Che questa nazione salverà
Per la grande opera tutti i sudditi in città
Grideranno viva sua maestà
Una grande opera macchina economica
Che i massoni rifocillerà
È la grande opera, stupido chi sciopera
Quante bastonate prenderà
Grandi opere che iniziano ma che non finiranno
Mai

Più che l'hobby dell'edilizia ho la lobby dell'edilizia, che infrange la legge come un bobby che ti sevizia. Assumo tutto, ma la gente minimizza perché arrotolo cartine che non si chiamano Rizla.
Edifico e scasso; va magra e non collasso; lo stemma della crew è una squadra col compasso. Parliamo in codice, talmente in codice che a volte nemmeno tra noi ci capiamo un clacson.

Palazzinari fieri, geometri, ingegneri e novizi iniziati con atti osceni. Li si traveste da Val di Susa e in una stanza chiusa se ne abusa penetrandoli coi treni. Non abbiamo premi per gare di salto in alto, ma premiamo per vincere le gare d'appalto. Siamo balene in un mare di tanto plancton: noi quelli dritti voi fritti come wonton.

(Nei cantieri se la cantano finché non gliela suoneremo)

Dall'oggi al domani noi loggia dei demani che intreccia legami da cui sbocciano denari. Capoccia e compari sloggiano i locali; abbiamo appoggi tali che non ci scocciano i legali.
Non ci fotti! Dacci dei corrotti, ma sappi che non ci abbatti, come a punta Perotti. Qui si punta a ponti da 3000 metri e rotti buoni come soffitti tenuti con i cerotti.

Esclusiva, la villa abusiva a riva. Se ti fidi di 'sta casta non ti si castiga. Il divino tomo dice che il condono arriva, noi bluffiamo solo se giochiamo la partita IVA. Viva la diga! Iddio la benedica... ma non tratterrebbe nemmeno la mia vescica. Noi devastiamo il fondale abusando della credulità popolare: tu non chiamare il CICAP

Uno spazioporto si farà, conquisteremo pure il cielo con...

Una grande opera (Una grande opera)
D'importanza storica (Ci conquisterà)
Che questa nazione salverà (E suonerà l'orchestra)
Per la grande opera (Hip hip hurrà)
Tutti i sudditi in città (In libertà)
Grideranno viva sua maestà (Nessuno può stroncare)
Una grande opera (Inarrestabile)
Macchina economica (Larga di maniche)
Che i massoni rifocillerà (La fonte di ogni bene)
È la grande opera (La nuova speme)
Stupido chi sciopera (Non gli conviene)
Quante bastonate prenderà (Che grande opera sarà)

Inarrestabile
Larga di maniche
La grande opera
La nuova speme
Inarrestopoli
La nuova stabile
Hip hip hurrà! Hip hip hurrà! Hip hip hurrà! Hip hip hurrà

Chissà se riusciranno a ritrovarsi mai

Forse all'Eurofestival dovremmo mandarci la canzone che vince lo Zecchino d'Oro.

Non è una battuta. A me onestamente sembra più internazionale lo Zecchino, e negli ultimi anni il livello è molto alto, per dire se le ascolti tutte e poi ascolti Una vita in vacanza cantata da loro (che la cantano meglio dello Stato Sociale) ti accorgi che è proprio come scendere diversi gradini.

Detto questo, La ballata dei calzini non ha vinto l'ultimo Zecchino e non mi sembra particolarmente eurofestivalabile, ma mi sta perseguitando tornandomi in mente ogni mattina mentre apro il cassetto dei calzini e così niente, a volte le canzoni le metto qui per liberarmene. Ora magari perseguiterà anche voi, persecuzione comune mezzo gaudio.

giovedì, maggio 17, 2018

È un macaco senza storia (dice lei di lui)

Ah e poi ho ascoltato la nuova canzone di Calcutta, paracetamolo, come si chiama, molto autoironica suppongo. Cuore a mille, gabbiani nelle mani, ecc.

Con un riff che resta veramente nella testa al primo ascolto, bravo Calcutta, davvero, meno male che ci sono ancora artisti che osano cose.



(Sì noi qua continuiamo a preferire il prodotto di marca al farmaco generico, perdonate questa vecchia pista di elefante stesa sotto il macadam).

mercoledì, maggio 16, 2018

Mangio tante caramelle ah ah ah ah ah ah ah

Soltanto grazie al fatto che sto troppo su Facebook, ho scoperto Young Signorino appena 48 ore prima che i miei studenti cominciassero a tirare fuori la lingua e ansimare qualcosa che, appena 48 ore prima, mi sarebbe risultato completamente incomprensibile.

E quindi salta fuori che Facebook per me è davvero un'importante fonte di informazioni che mi sono utili sul luogo di lavoro. Bene. Cioè, proprio bene bene no, ma insomma. Insegno alla scuola media, devo capire cosa dicono i miei studenti, se non ci fosse FB ne capirei persino meno.



Rimane il mistero: io la trap la devo ascoltare per aggiornamento personale, ma voi? voialtri invece perché guardate i video di Young Signorino su FB o altrove? Cosa vi spinge a tenervi aggiornati sui gusti osceni dei dodicenni problematici? Cioè diciottenni capisco, ma dodicenni non è un po' morboso? Magari pagano anche voi, in tal caso respect. Se invece non lavorate né nell'educazione né nell'intrattenimento, se insomma al fine della fiera nessuno vi paga, cosa vi spinge a maturare un'opinione sulla Trap, a volte persino positiva?

Cioè lo so che tutto merita di essere studiato, che tutto ha un senso, che qualsiasi fenomeno può servire a svelare un meccanismo sociale ecc. ecc. Però qui stiamo parlando di, come dire, ve lo ricordate lo skifidol? I trapper si muovono sullo stesso livello. Stessa qualità, stesso impatto, stesso target. Cioè è come se leggessi ogni tanto degli articoli che cercano di rivalutare lo skifidol, il suo significato sociale, il suo valore posizionale, lo skifidol come segno di riconoscimento e ansia di riscatto delle periferie, e poi ogni tanto ci mettono le mani e non è così schifoso dai (no guarda è schifoso, lo sanno anche loro che ci giocano: ci giocano apposta perché è schifoso).

sabato, maggio 12, 2018

The moment I wake up, before I put on my make up

Festa della mamma + 90simo compleanno di Burt Bacharach = I say a little prayer, non c'è neanche da pensarci due volte.



(La mamma è, per prima cosa, una persona che prega per te tutti i giorni, ancora prima di lavarsi la faccia. Tu non sai il perché, deficiente: lei sì).

Pop pop pop pop pop pop corn

C'è stato un tempo in cui "Popcorn" non era un irritante modo di dire internettiano, ma altre cose, ad esempio il titolo di un brano che era lo stato dell'arte della musica elettronica.

Il titolo, Popcorn, alludeva al suono scoppiettante delle note del moog che eseguivano il tema. Ho sempre pensato che si trattasse di un modo di valorizzare una caratteristica che all'orecchio dell'ascoltatore poteva suonare come un difetto: i primi sintetizzatori facevano un suono così, si prestava particolarmente ai riff un po' ipnotici (oppure rendeva ipnotico qualsiasi riff). Non ne ho mai suonato uno ma credo che più di tanto l'esecuzione non si potesse accelerare, il che doveva renderlo uno strumento in un certo senso democratico, ma frustrante per un virtuoso, che probabilmente aveva davvero la sensazione di maneggiare mais scoppiettante più che i solidi tasti di un organo convenzionale.

Comunque probabilmente mi sbagliavo su quasi tutto, perché avevo in mente la versione del 1972 degli Hot Butter e non l'originale di Gershon Kingsley, di ben tre anni precedente. Se la versione del 1972 ormai è entrata nel girone del vintage (ai miei coetanei ricorda, ancor prima del popcorn, una pubblicità di biancheria uomo donna bambino), l'originale del 1969 è un ascolto emozionante: il riff emerge da una specie di frastuono di fondo che è davvero il brodo primordiale della musica elettronica. Nei commenti al video la gente viene a dire quanto il pezzo assomigli al dubstep, alla techno, ogni generazione ha la sua etichetta e il suo prodotto, tutti frammenti ricomposti dello stesso big bang. C'è poi il piccolo particolare che il moog di Kingsley non scoppietta come mi aspetterei, ma alla fine me lo ricordo come scoppiettavano i popcorn in un tegamino, nell'era pre-microonde?




Il successo degli Hot Butter fu tale che un gruppo italiano, La Strana Società, ne pubblicò la versione "italiana": a quei tempi si faceva così con tutti i singoli di successo, quindi perché no? A riascoltarla si capisce che in effetti il moog non era così facile e democratico da suonare. Come il popcorn, che uno riesce a bruciare anche nel microonde, figurarsi al tempo (mi ricordo certi chicchi neri carbone).

giovedì, maggio 10, 2018

Non lasciamoci trarre in inganno dalla realtà

Deve esserci un accordo
se ci sta a cuore la salvezza del Paese:
salviamo ‘sto Paese?
Eh?

C’è bisogno di un’intesa!
Vogliamo tutti insieme
metterci a pensare seriamente alla ripresa?
Eh?
Economica?
Sì?



Bisogna lavorare sul concreto,
bisogna rimboccarsi le maniche per incrementare la produzione,
e assicurare uno stabile benessere sociale a tutti coloro ai quali
noi per il momento
abbiamo chiesto sacrifici
vogliamo uscire a testa alta dalla crisi?
Eh?
Salviamo ‘sto Paese?
Sì?

(Il problema con Gaber è che è troppo facile da citare, anche quando in realtà non è ficcante come sembra, ad esempio questo era un siparietto di Polli d'Allevamento che ironizzava sul fatto che alla fine di una crisi di governo nel 1978 ci si poteva trovare a palazzo Chigi gli stessi ministri del 1962. Il che alla fine era una semplificazione esagerata anche per quel tragico 1978, e senz'altro non c'entra molto con quello che sta succedendo 40 anni dopo. D'altro canto è così bravo che uno come fa a non farselo venire in mente tutte le volte che provano a rifare un governo?)

Eliminiamo il disfattismo
con della gente che in questa confusione
sappia mettere un po’ d’ordine,
eh?
Pubblico?
Si?

Bisogna che lo Stato sia più forte
organizzando anche un corpo adeguato e  se necessario addestrato,
– non come proposta di violenza! –
Ma per quel nobile realismo
la cui area si è allargata:
non puoi negare a certe zone di sinistra,
eh?
La buona volontà,
sì?

In questo clima di distensione
possiamo finalmente accordare la fiducia
a tutte le forze,
eh?
Democratiche?
Sì?

Bisogna far proposte in positivo
senza calcare la mano sulle possibili carenze.
Lasciamo perdere
il pessimismo, l’insofferenza generale dei giovani, i posti di lavoro, l’instabilità, gente che non ne può più, la rabbia, la droga,  l’incazzatura, lo spappolamento, il bisogno di sovvertire, il rifiuto, la disperazione.

Cerchiamo di essere realisti! Non lasciamoci trarre in inganno
dalla realtà.

Italia,
depressa ma bella d’aspetto,
è un bel paesotto che tenta di essere tutto
con dentro tanti modelli
che mischia confonde e  concilia
riesce a non essere niente, l'Italia
negli anni Sessanta fioriva,
la gente rideva e comprava la macchina nuova,
ma proprio in questi momenti si insinua uno strano rifiuto
e si contesta lo Stato, l’Italia.

Bisogna ridare all’Italia
la folle allegria del benessere sano di ieri
senza disordini né guerriglieri

Salviamo ‘sto Paese
salviamo ‘sto Paese
per essere felici e spensierati come nel Sessa-
come nel sessa come nel sessa come nel Sessa-
come nel Sessantadue.

mercoledì, maggio 09, 2018

Build the road of peace before us, build it wide and deep and long

Sapete che festa è oggi? Un aiutino senza googlare: Freude schoener Gotterfunken Tochter aus Elysium. Gioia, figlia dell'Eliso, dea dei campi, dea dei fior.

Sì vabbe'.

Oggi è la festa dell'Europa. Non interessa a nessuno. 61 anni dopo i trattati di Roma, nella stessa città in cui è nata l'Europa moderna due tizi hanno chiesto 24 ore per mettersi finalmente d'accordo su un governo; due tizi che hanno vinto le elezioni sussurrando che potrebbero uscire dall'Euro. Qualcosa è evidentemente andato storto, inutile adesso rivangare. Anche la Nona di Beethoven, che all'inizio come Inno sembrava una scelta obbligata, alla lunga in effetti stanca. Sarà l'averla imparata col flauto alle medie. Sarà che il tedesco non sfonda, niente da fare, non riusciamo ad amarlo, nemmeno Beethoven che è patrimonio dell'umanità e tutto quanto; c'è una diffidenza atavica che è precedente al nazismo e forse anche agli Asburgo. Ma se tutto fosse andato secondo i progetti, oggi gli studenti saprebbero Schiller a memoria. Anche in traduzione, caccia via. Il tuo genio ci conduce su sentieri di splendor. 

Il tuo raggio asciuga il pianto, sperde l'ira e fugge il duol!

Meglio di Mameli? Non lo so. Almeno non c'è nessuno che è pronto a morire e a irrigare di sangue i vessilli, quelle esagerazioni inquietanti tipiche di tutti gli altri inni ottocenteschi. Ugualmente, non riesco più ad ascoltarla. L'unica versione che ancora mi dice qualcosa è di un americano, pensate, un americano col banjo. Ovviamente lui.



Che ci posso fare: tutti i cori filarmonici del vecchio continente non mi muovono quanto questo finto povero che canta None shall push aside another, None shall let another fall. È appropriazione culturale bella e buona, è il sogno di una rivoluzione che non c'è stata, di un popolo che doveva irrompere nei teatri a riprendersi Beethoven ma non è successo, e a questo punto forse è tardi? Non lo so.

martedì, maggio 08, 2018

Sti atenti coe vostre bele pensade

Ho letto, indovinate dove, che Olmi all'inizio non aveva la minima idea di che musica usare per l'Albero degli Zoccoli, e arrivò a Bach per esclusione: ne provò tante, e le arie di Bach erano le uniche a non sembrare fuori contesto.

Quindi Bach è più popolare (nel senso di völkisch?) Questo io non lo credo. Verdi, forse, Vivaldi perché no, ma se Bach funziona bene con le scene dei contadini non credo che sia una questione di Volk. È che Bach esiste in natura, come la matematica: non si associa a niente in particolare, non trattiene nessun tuo ricordo, ti lascia quella sensazione di soddisfazione che ti dà un problema risolto.



Detto questo, l'unico momento musicale dell'Albero degli Zoccoli che mi ricordavo dopo tanti anni non è un'aria di Bach. Perlomeno non credo che lo sia: sembra molto più moderno (ma Bach non è né antico né moderno), una serie di accordi di pianoforte buttati lì, quasi ambient. Li suona il padroncino al pianoforte dopo aver annoiato gli ospiti con la Danza turca, mentre fuori comincia a nevicare. La natura si rilassa, i contadini dormono il sonno dei giusti ma il nonno esce a cospirare, vuole fare un esperimento col letame dei polli, il nonno ha dei calcoli che lo tengono sveglio di notte.

lunedì, maggio 07, 2018

Maio maduro Maio, quem te pintou? Quem te quebrou o encanto, nunca te amou

******, di cui qui si omette il nome, viene a salutarmi a Lisbona dov'ero ospite nella mansarda di °°°°°°°°. Adesso non ricordo bene, probabilmente aveva altri motivi per venirsene a Lisbona da Coimbra proprio durante la Queima das Fitas, che è il vertice dell'anno accademico, comincia nel primo venerdì di maggio e pare che si beva tutto il bevibile e ogni anno moriva annegato qualche studente nel Douro; ovviamente gli Erasmus partecipano.

****** arriva e bisbiglia qualcosa del tipo No vabbe' che roba, dovevo andare via sennò chissà come andava a finire e poi dorme per venti ore. Al risveglio prendiamo una corriera che grippa qualche km dopo Fatima. Io vedo un gran fumo nero spuntare dal fondo della corriera e ho una crisi di panico che tuttora non mi perdono. Ho dormito in mezzo ai terremoti, ho fatto il servizio d'ordine al G8 di Genova, ho respirato i fumogeni di Tsahal, a scuola affronto quotidianamente criminali di un metro e ottanta ma quel momento in cui lascio ****** in una corriera non se ne va via, è quasi l'unica cosa che mi ricordo delle vacanze portoghesi, quasi l'unica cosa che mi ricordo del 199*. Avevo paura che esplodesse. Avevo paure strane, non riesco più a spiegarmele.



****** mi raggiunge ridendo sul ciglio dell'autostrada e in un'ora siamo a Coimbra in autostop – strada facendo troviamo un'altra corriera col motore in fumo, stessa azienda, stessa tratta. Dalle strade di Coimbra sale un'odore di birra sporca che ti ammazza ogni romanticismo, c'è una specie di nettezza urbana in assetto antisommossa, in realtà non ricordo bene, ho ricordi appannati come quelli delle feste dell'asilo e non avevo ancora iniziato a bere. Non credo nemmeno di avere bevuto molto, bastava respirare. C'erano molti concerti, c'era anche un gruppo che in seguito mi sono convinto fossero i Mike Flower Pops. A un certo punto sono arrivati i Madredeus, ricordo anche un dibattito su quanto poco fossero pertinenti i Madredeus in quel contesto debosciato. Il ricordo del concerto è insieme limpido e sfuocato, furono impeccabili come un cd, fuori dal mondo anche nel maggio portoghese.

Non li ascolto più molto i Madredeus, a un certo punto il Portogallo come molte altre cose è passato di moda. Era una moda molto meno stupida di altre, ma sai com'è. In realtà mi fa piacere ritrovarli ogni tanto in qualche vecchio nastrone in cui cozzano con qualsiasi canzone a cui siano accostati, ma dopo un po' mi accorgo che mi vergogno. Di averli ascoltati perché piacevano alle persone che mi piacevano, di averli presi in superficie come qualsiasi altra cosa a vent'anni, ma anche trenta, quaranta. Di non essere una persona coerente, una persona che sceglie una strada quale che sia e la percorre fino in fondo senza farsi troppe storie. Di avere ammirato persone del genere, ma non abbastanza da non mettere davanti la mia sopravvivenza; di non averci fatto praticamente mai una gran figura; di essere scappato come un pollo per un po' di fumo in autostrada. Io poi comunque alla fine ascolto altre canzoni e sto a posto così. Ho anche figli. Spero non vadano troppo in Erasmus.

venerdì, maggio 04, 2018

The song is waiting for another, song

And when we saw what we were doing, wrong
We found the cause underwater, long



Stamattina mentre sto mettendo assieme una colazione e scrollo il telefono cercando di ignorare la catena del momento, i Dieci Dischi Che Ti Hanno Segnato non nel senso che tuo fratello te li ha lanciati al volo lasciandoti una cicatrice sulla fronte che ufficialmente ti sei procurato durante una manifestazione contro fratelli di forza pound, stamattina mentre pensavo a quanto avrebbe più senso la catena opposta, ovvero i Dieci Dischi Che Hai Segnato Di Più, per esempio a me una volta su un lato di Tommy cascò di peso una cassa del giradischi, roba che mio cugino aveva tirato fuori da un rottame d'autoradio, ma faceva il suo porco lavoro e comunque Underture in tempo dispari ci guadagna; stamattina, insomma, mentre controllo facebook invece di sbrigarmi ché le scuole non si aprono da sole, vengo a scoprire che chiude un blog di musica che seguo da qualche anno, Bastonate si chiama, ha anche vinto dei premi. Ora l'ambiente più o meno l'abbiamo frequentato un po' tutti anche se facevamo finta di essere lì per caso (a volte letteralmente fischiettando in un angolo) o perché c'era un'amica che voleva l'indirizzo di Enzo e non sta certo a me entrare nelle motivazioni che possono portare un blog a chiudere ad appena nove anni di età, ancora prima di mettere i peli e buttar via l'apparecchio dei denti, un'età che comunque è del cazzo per vari motivi: non si può dire che ti stanno soffocando nella culla, né che ti stanno buttando via con l'acqua sporca, ma nemmeno che sei nel fiore degli anni, nove anni? È un'età del cazzo e basta. Che musica ascoltavate a nove anni? Che Dischi Vi Hanno Segnato? Bimbomix vale, c'era la versione vinilica? Ce ne frega ancora qualcosa? A me un cazzo, a te no, viene una media di mezzo cazzo a testa, niente di cui adontarsi, ma neanche da. Posso mettere una riga di spazio? Mi viene l'ansia.

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A un certo punto Bastonate è stato per me il miglior blog di musica italiano non scritto da Enzo, poi è diventato il miglior blog di musica non scritto né da Enzo né da Maddeddu né da altri che nei commenti possono passare e avrò una parola buona per tutti voi ignoranti che credete che la biscroma sia una familiare Fiat che nessuno si è cagato, del resto probabilmente siete diventati sordi durante il tour dei My Bloody Valentine nel 1991 e questo spiega quanto tendenzialmente siano inascoltabili i vostri Dieci Dischi, roba che anche a Guantanamo dopo un po' li hanno tolti dal palinsesto perché dai, gli Slayer. Per tutto questo tempo Bastonate ha continuato a scrivere di musica che io non ascolterei neanche col bastone nello spazio profondo (dove non ti possono sentire urlare, tranne appunto se appoggi un bastone tra i caschi e le vibrazioni passano da lì, ma è poca roba). Questo sostanzialmente perché a me piace più leggere che ascoltare o vedere, per cui se ho capito come scrivere di cinema non è perché avessi visto cinque film in vita mia ma perché mi piaceva leggere le recensioni senza capirle e leggere Bastonate era un po' la stessa cosa, come sfogliare Rumore alla biblioteca Delfini e star lì a immaginare come suonasse certa musica che in quel momento non potevi raggiungere con un clic – David Byrne credo racconta di aver scritto The Overload dopo aver letto un pezzo sui Joy Division, immaginandosi la musica attraverso le parole e quindi se accostate The Overload a Uknown Pleasures avete più o meno un'idea di quanto sia fallibile il linguaggio quando si accosta al postpunk o forse alla musica in generale? Insomma Bastonate, col suo minimalismo grafico un po' del cazzo e meno link possibile era una bussola rotta e proprio per questo preziosa per disorientarsi in mezzo a dei nomi che potevano anche restare dei nomi su una mappa immaginaria e inascoltabile, i Pantera più che Tiziano Ferro. Con quell'approccio biografico che fa così tanto blog anni Zero, quelli della colonnina di Polaroid per capirci, ma dico guardatela quella colonnina, ormai è piena di sintagmi indecifrabili che rimandano a pagine 404 o in vendita, nei musei della Mesopotamia c'è roba più comprensibile.

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Potremmo anche chiederci se Bastonate lascia il web in lingua italiana migliore di come l'ha trovato, tipica domanda da scout cattolici che si risponde già da sola. Ha più senso inveire contro 'sti stronzi che decidono di mollarti un pugno sullo stomaco in prima mattina quando avrebbero benissimo potuto far finta di niente, diradare le uscite e morire lentamente come tutti sarebbe giusto morire. La tecnologia ci ha dato un posto pieno di difetti, ma dove almeno anche se resti lì in stato vegetativo non ti devono infilare nessun sondino, al massimo devi pagare due spicci di server per evitare che il tuo cadavere sia sostituito da una bisca uzbeka con donne nude e pillole blu di cui, scrivendo di musica su internet, nessuno di noi fin qui ha avvertito il bisogno. Si potrebbe anche scrivere un pezzo nel loro stile torrenziale per pigliarli per il culo, sarebbe un esercizio patetico e poi in realtà il loro stile non era così torrenziale e quindi alla fine anche il culo si piglierebbe da solo, che è poi il senso di tutto il pezzo: mi state lasciando solo, bastardi, devo essere l'unico link sul blogroll di Enzo che funziona ancora, la blogosfera italiana l'ultima volta che ho controllato eravamo una dozzina, adesso io ed Enzo, gennaio 2001, Enzo mi senti? mi avverti prima di gesti inconsulti?

One, never say you're sorry and two
Chicken little shouted at you.

giovedì, maggio 03, 2018

Go downtown put the drugs in my body

Maggio in teoria è il più dolce dei mesi, sono sempre stato convinto di questo: talmente soave che si fa fatica a mandarlo giù; talmente sublime che non riesci neanche a godertelo. Troppa vita, troppo amore, in pratica troppo polline. Maggio sarebbe il migliore dei mesi ma che ne so? Sono sempre drogato.



(Mi fanno impazzire i campionamenti di chitarra acustica, sono inquietanti come le smorfie degli androidi, e a parte questo: i campionamenti non vi mandano mai in paranoia? non cominciate ad ascoltare altre cose pensando: ma questo pezzo sarà campionato o no? Non l'ho già sentito? No? Sono l'unico che va in paranoia così? Vabbe').

C'è gente che butta giù gli antistaminici come caramelle. Per me, alla mia età, una volta riconosciuti e scartati quelli un po' tendenti al depressivo, a volte è ancora come infilare la testa nella boccia dei pesci e lasciarla lì tutto il giorno. Non è che non vi sento, se mi parlate. Non è che non vi capisco. Non è che non partecipo alle vostre gioie e ai vostri dolori. È solo che tra me e le vostre gioie e i vostri dolori c'è la boccia dei pesci, con l'acqua e il castello di plastica e i pesci stessi che ci guizzano dentro; a parte questo tutto ok. Alla mia età poi una scusa ufficiale per andare in giro un po' stonato è praticamente un privilegio. Maggio è il più drogato dei mesi e va bene così, step back up I'm the life of the party.

Non il solito obsoleto canto di protesta, ma un canto di amore

C'è stata una scissione violenta a un certo punto, è stata una delle vicende sociali più traumatiche della nostra vita, prima o poi qualcuno dovrà raccontarla. Noi l'abbiamo vissuta in diretta e, come accade, non ci abbiamo capito niente. Ce ne siamo ovviamente accorti quando era troppo tardi per fare altro che lamentarcene – io credo di aver cominciato a notare qualcosa a una manifestazione pre-vaffanculo del luglio del 2008, e quindi il mio racconto comincerebbe da lì. Oppure da migliaia di anni prima, per esempio dal secondo concertone CGIL-CISL-UIL, primo maggio 1991.



Il 1991, se me lo ricordo davvero, comincia con la guerra in Iraq che per me è anche l'occupazione del liceo. È appena nato il Partito Democratico della Sinistra – è anche nata Rifondazione Comunista, e se me l'avessi chiesto da quel momento nei 20 anni successivi ti avrei detto che la scissione è stata quella: massimalismo vs riformismo, niente di nuovo, ok. Però nel 1991 è nato anche Cuore, settimanale di resistenza umana diretto da Michele Serra, ed è nato per partenogenesi: da inserto dell'Unità si è staccato, e al primo lancio ha venduto 140.000 copie: erano numeri incredibili anche allora. Il primo disco di Elio e le Storie Tese nei negozi fa più o meno gli stessi numeri, che oggi sarebbero probabilmente eccezionali ma al tempo non bastavano a diventare mainstream, specie se indugi in due delle abitudini meno radiofoniche possibili: il prog e le parolacce. Al concertone infatti suonano nel primo pomeriggio.

I funzionari Rai sono già allertati perché il gruppo precedente, la Gang, ha sventolato una bandiera rossa e inscenato una specie di comizio. In scaletta c'è Cassonetto differenziato per il frutto del peccato, ma un Adinolfi in grado di indignarsi non è ancora in circolazione e così, inopinatamente, dopo quattro battute il gruppo passa a Ti amo, (da non confondere con Cara ti amo), il brano che viene usato per le improvvisazioni fiume – pochi mesi prima avevano tentato di entrare nel Guinness dei primati suonandolo per 24 ore. Sulla musica di Ti amo, Elio comincia a snocciolare una serie di nozioni ricavate dalla lettura di Espresso e Manifesto, e infatti riascoltandola il colpo al cuore ti viene per i nomi da prima Repubblica, i notabili socialdemocratici e lo scandalo Lockheed. Viene da pensare, davvero: tutto qua? Non è che la punta dell'iceberg. Esattamente. Mani Pulite è ancora il nome di un fascicolo aperto al tribunale di Milano da un magistrato ignoto ai più, tale Antonio Di Pietro. Viene anche un po' da simpatizzare per i funzionari Rai, che non hanno la minima idea di cosa possa mettersi a dire quel cantante che fa lo scemo, e così staccano il collegamento. Ma staccano anche gli strumenti. Elio si butta a terra ed esclama wow, come Jim Morrison. È uno scherzo, una bravata, un modo per valorizzare un'esibizione che sarebbe passata del tutto inosservata. È una variazione sull'ideologia Michele-Serriana, già fatta e formata 2018-1991=27 anni fa: la responsabilità del malaffare va equamente divisa tra il politico corrotto e l'elettore negligente. È una operazione più sofisticata di quanto può apparire: Elio ne dice tante ma non c'è niente di querelabile, e nessuno può accusarti di incitare all'odio mentre canti "Ti amo Nicolazzi". Qualche radio riprende la registrazione e io ho il netto ricordo di avere ascoltato "Ti amo" su K Rock Scandiano, molto prima che fosse pubblicata su CD. Ma devono essere comunque passati mesi, forse anni; sicuramente Mario Chiesa (febbraio 1992) deve essere stato fermato dalla polizia al Pio Albergo Trivulzio con una tangente di sette milioni in tasca.

C'è stata una scissione a un certo punto ma non è successa in un istante e nemmeno in dieci anni. È stato un movimento tellurico complesso, una serie di spinte e controspinte che dobbiamo ancora decifrare. Per molto tempo, mentre si staccavano le zolle sotto i nostri piedi, siamo riusciti a saltellare dall'una all'altra senza farci male. Ci siamo anche stesi sopra e fino a un certo punto non ci si stava neanche scomodi. Poi a un certo punto è entrato il Mar Rosso ma non è colpa di Elio, non è colpa di Mario Chiesa, non è colpa di Michele Serra, al massimo sarà colpa nostra: chi più, chi meno ma la pagheremo alla romana, come si fa sempre in questi casi.